2 giugno 1946. Quando scegliemmo di essere tutti Re. Con dei doveri, però.

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Roberto Benigni racconta che la sera prima del voto tra monarchia e repubblica – il 2 giugno 1946 -, suo padre disse a sua madre: “ma tu, vuoi votare per il Re, che sarà uno e uno solo, o per la Repubblica che ci farà diventare tutti Re?”

Siamo quindi tutti Re, e forse è per questo che talvolta noi italiani ci dimentichiamo di curare la nostra Repubblica, come se lo dovesse fare sempre qualcun altro. Ma anche i Re hanno i loro doveri, naturalmente, perché la Costituzione che fonda la nostra Repubblica non è un foglio rovinato dal tempo tenuto in una teca preziosa in qualche ufficio romano.

Per capire bene i nostri doveri da Re vorrei andare un po’ oltre al classico significato delle prime otto parole della nostra costituzione:

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro

e mi piacerebbe pensare di aggiungerne altre 2 di parole:

L’Italia e una Repubblica democratica, fondata sul lavoro di tutti

La Repubblica non ci dà solo il lavoro, ma è proprio la Repubblica, la nostra Repubblica, ad essere creata – fondata, appunto – ogni giorno con il lavoro di tutti noi.

Donne, uomini, madri, padri, ragazze, ragazzi, bambini, anziani, volontari, imprenditori, religiosi, sportivi, volontari, artisti … tutti quanti ogni giorno devono impegnarsi per ricrearla questa Repubblica seguendone i principi e le leggi, agendo con etica, dando luogo ad azioni dopo le parole. Si fonda sul lavoro la nostra Repubblica, non sulle parole o sulle promesse.

Non è stato solo il gruppo dei Padri Costituenti a darci la Repubblica e la democrazia: le costruiamo noi tutti ogni giorno. La Costituzione, che fonda la Repubblica, non è un foglio che sta in qualche importante ufficio romano, perché l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro di tutti noi che la manteniamo viva tutti i giorni. Siamo Re, ma anche noi abbiamo dei doveri.

Viva la Repubblica, viva l’Italia, viva la gente che lavora tutti i giorni per mantenere viva la nostra Repubblica. Con il lavoro, non con le parole.