Quel che so sull’amicizia. Da Aristotele a Kant, per arrivare a me


Stavo riflettendo sul concetto di amicizia. Sulle sensazioni, insegnamenti e certezze che via via si raccolgono mentre si percorre la vita. Sono riflessioni che si compiono quando si attraversano momenti profondi. Quei momenti profondi che di tanto in tanto appaiono nella nostra esistenza; alcuni inaspettati, alcuni prevedibili, alcuni dove noi stessi siamo gli attori.  Quegli eventi sono come le trivelle di un pozzo petrolifero, capaci di penetrare in “falde” emotive sotterranee sepolte sotto i tanti strati duri della nostra quotidianità.

Sì, lo so, sono questioni che di fronte ai proclami quotidiani di Salvini e Di Maio hanno pochissima importanza. Ma poi insulti o apprezzamenti al loro operato li dobbiamo ben dire a qualcuno. Se è un amico è meglio. Quindi alla fine, meglio sapere cosa significa amicizia.

E così, una di quelle trivelle a cui accennavo prima ha perforato strato dopo strato fino ad arrivare in una delle zone più profonde: quella dell’amicizia. Dove scorrono emozioni che hanno un loro colore, un loro peso, una loro velocità e un loro sapore. Fiumi sotterranei emotivi che legano intensamente le persone, con la stessa forza di un amore tra amanti. Ma è così realmente? Di cosa sono fatti questi fiumi? E perché vanno da una persona ad un’altra e non ad un’altra ancora? 

Come non pensare che nel mondo qualcuno non abbia già affrontato questo tema. Certo che è stato fatto, eccome. Quindi il problema è sicuramente sentito, visto che personaggi come Aristotele, Kant e molti molti altri l’hanno studiato quel concetto, investendo anni e anni di lavoro.

Affronto velocissimamente alcuni aspetti, partendo dagli antichi padri della filosofia, come Aristotele che stabiliva come  l’amicizia sia

una cosa non soltanto necessaria, ma anche bella. Nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, anche se fosse provvisto in abbondanza di tutti gli altri beni…L’amicizia perfetta è quella dei buoni e dei simili nella virtù.
Mentre quella fondata sul piacere e sull’utile si rivela accidentale e cessa quando il piacere o l’utile vengono meno, quella invece fondata sulla virtù è perfetta ed è la più stabile.
 

Ma anche Kant, che è andato oltre Aristotele:

l’amicizia è l’unione di due persone legate da un uguale reciproco rapporto d’amore e rispetto, un’ideale di simpatia e benevolenza, un dovere per gli uomini stessi. E’ la fiducia assoluta che due persone si dimostrano l’una verso l’altra, comunicandosi reciprocamente tutti i loro più segreti pensieri e sentimenti, nella misura in cui ciò si può conciliare con il loro vicendevole rispetto. Permette di espandersi agli altri (anche senza l’intenzione di ricavarne qualche vantaggio).

Ed è bellissimo l’inquadramento che Sabina Tortorella fa nel suo articolo di  confronto sul concetto di amicizia nei filosofi moderni: 

A diferenza dell’amore, essa presuppone un equilibrio fra attrazione e repulsione e dunque è più adatta a durare e, non segnata dal desiderio, non implica un’identità di pensiero, ma al contrario permette di rettificare i giudizi e ci aiuta a comunicare i nostri sentimenti.

E sempre prendendo spunto dal bell’articolo appena citato, si parla di Herder, un altro filosofo che rende l’amicizia addirittura superiore all’amore tra amanti (non è l’unico a dire il vero).

Proprio in quanto è estranea a ogni impeto passionale ed è al riparo dalle pulsioni fisiche e dal desiderio del corpo, l’amicizia è «comunione pura, intera, attiva» ed è di conseguenza di maggior pregio rispetto all’amore: definita come «vero magnetismo delle anime umane», vincolo «esatto, saldo, cordiale […] e solo la morte può scioglierlo», è gerarchicamente superiore. Poiché in essa ha luogo «quasi senza organi una comunione pura», una relazione genuina «purificata dalla rozza sensualità», l’amicizia è una fiamma, che però non brucia ardentemente, ma è capace di mantenere il calore e illuminare a lungo 

Infine finisco questa estrema sintesi sull’amicizia con un filosofo (danese) poco noto qui da noi, Soren Kierkegaard che forse ha sintetizzato realmente il concetto:

L’amicizia è un tormento in più

E’ lo stile nordico: frasi brevi ma chiare, piene di significati che penetrano facilmente e senza barriere. E’ proprio così, l’amicizia è un tormento in più, qualsiasi cosa sia e come la si definisca. Soren Kierkegaard ha scritto molto molto di più e se qualcuno è interessato, in rete ci sono molti lavori suoi. In aggiunta se si conosce il danese è ancor meglio. 

Potremmo continuare con altri filosofi. Ma a mio parere la loro dissertazione manca di un senso “ingegneristico” e pratico. Loro fanno un lavoro diverso da me. Quindi io voglio dare un mio contributo per capire “questo tormento in più”. Tipo ingegnere nordico: domande semplici, risposte semplici. 

Anche perché sono assolutamente certo che le due diverse strade, quella astratta che continua a riflettere sul concetto di amicizia, e quella più pratica fatta di semplici considerazioni, portino ai medesimi risultati. Quindi ho scelto le domande semplici.

Intanto ho una certezza: gli amici non sono nello stesso numero di quelli di Facebook. E qualcuno dovrebbe spiegare a Mark Zuckerberg che ha abusato di una parola sacra. Ad ogni modo, mi stavo per mettere a contare i miei amici nella vita reale. Ma prima, appunto, avevo necessità di chiarirmi quali sono le condivisioni emotive che devono esserci. Quali?

Comincio con la prima domanda che mi sono posto, la più facile. Quanti di coloro che hanno relazioni con noi conoscono la gran parte di noi? Significa aver condiviso la gran parte delle storie dei nostri amori presenti, passati e futuri, dei nostri sogni, dei nostri problemi, delle nostre tentazioni, di quello in cui crediamo, di quello che ci piace, anche delle nostre idee politiche, cosa ne pensiamo di Salvini e Di Maio, ad esempio. Risposto? 

Io mi sono risposto. E all’inizio stentavo a crederci. E’ il concetto “la gran parte” ad essere troppo, troppo alto? Dobbiamo abbassarlo? Io non sono disposto a pensare che una parola sacra come quella di amicizia sia destinata a chi non conosce nulla di me. Per cui conto un numero ridotto di amicizie, al punto di contarle con le dita di una mano e mezza. “La gran parte” della mia vita la conoscono in pochi.

Ma non basta.

Quante di queste dita sono disponibili a supportarci in un momento di difficoltà? Non significa solo ascoltarci, significa proprio supportarci, letteralmente tenerci su. Quante dita rimangono chiuse e quante rimangono aperte?

Io mi sono risposto. E un paio di dita si sono chiuse.

Ma ancora non basta. C’è un’ultima questione ancora. Quante di queste persone non cambieranno idea su di te se tu cambi idea su qualcosa o se qualcosa di molto importante cambia te? Cioè, se cambia qualcosa nella vita, chi rimane?

Serve un grande evento per scoprirlo. E sono pochi nella vita i grandi eventi di radicale cambiamento. In uno di questi eventi quelle dita sono rimaste tutte alzate. Alla fine quindi bastano solo le prime due considerazioni. Chi sa la gran parte di me e chi è disposto a supportarmi sempre, non cambierà idea. Bello no?

Alla fine, ma proprio alla fine, ci sarebbe da porsi l’ultima domanda: ma io per chi sono amico? E chiedersi se i due insiemi (gli amici miei e gli altri che mi considerano amico) sono gli stessi oppure no. E’ una domanda non facile. Me la sto ponendo. 

Comunque, alla fine, ha ragione il filosofo danese: l’amicizia è un tormento in più, per il solo fatto di continuare a chiedersi cos’è e chi sono gli amici veri.