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In ricordo del 25 Aprile. “Ogni sera a Sona volava l’aereo Pippo”.


“Ci sono cose che non vorresti capitassero mai ai bambini, eppure la nostra generazione, quella che aveva pochi anni 60 o 70 anni fa, ha subito una mutilazione affettiva che non ha pari nella sua ampiezza e profondità con i giorni nostri. Come possono aver visto gli occhi di un bambino la morte del padre in periodo di guerra? “Era il il 1944. Avevamo 4 e 6 anni in quel periodo. Vedere la morte del proprio genitore…sono cose che ti scuotono e che ti lasciano pesi da portarti per sempre addosso”.

Cominciano il loro racconto Maria e Luciana Dal Mina, due dei dieci figli della famiglia Dal Mina di Sona. Luciana è mia mamma, e Maria è La “Zia Maria di Sona”.

Un racconto sereno, forse incredibilmente sereno, considerata la loro esperienza. “Questa esperienza ti trasforma, forse senza accorgerti. Ti dice quali sono le cose importanti della vita, i veri affanni e le vere conquiste”.

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La numerosa famiglia Dal Mina: 10 figli. La più piccola in braccio a mia nonna Elisabetta è mia mamma Luciana

Si dice che le truppe alleate dovevano bombardare i posti bellici, in particolare le case rosse al Maran (località alle pendici della collina di Sona).

“Non avevano visto il lenzuolo bianco che avevamo appositamente posizionato a segnalare la non pericolosità del luogo, e hanno bombardato.”

“Sentimmo la formazione degli aerei in avvicinamento e nostro padre, Robildo, ci mandò a riparare chi dentro casa, chi nelle stalle. Lui stava trovando riparo anche per gli animali: erano il nostro sostentamento e certo non ci si poteva permettere di perderli, così come il cavallo che si attardava più degli altri ad entrare in un luogo protetto. Gli aerei vennero sempre più vicini” continuano il racconto Maria e Luciana “e non facendo più in tempo a rientrare in un luogo riparato, nostro padre si nascose dietro un pilastro, ma le schegge lo trafissero a metà busto. Fu il dramma” (qui un articolo dell’Università di Venezia sui bombardamenti alleati nel nord Italia http://www.unive.it/media/allegato/dep/n13-14-2010/Ricerche/casi/2_Baldoli.pdf).

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Un aereo alleato della seconda guerra

Altri fratelli e sorelle di Maria e Luciana furono coperti dalla terra delle bombe e furono aiutati ad uscire, ma tutti rimasero illesi.

“Ce lo ricordiamo come se fosse ieri. L’aereo veniva giù dal monte della Rugola (zona della collina di Sona) e poi in picchiata lanciò le sue bombe. Un rumore assordante di motori e di esplosioni. Il fumo della polvere e dell’esplosivo. Dopo pochi istanti interminabili, noi bambini abbiamo visto Robildo in un lago di sangue. Non fu in grado nemmeno di dire una parola e i suoi occhi si spensero”.

Una morte quella di Robildo che ha colpito una famiglia molto numerosa, che contava su di lui per il sostentamento.

Robildo Dal Mina venne con sua moglie Elisabetta Cremasco dalla provincia di Treviso con un carro, due buoi e già sette figli. Avevano saputo tramite i preti e i parroci di Treviso che a San Giorgio in Salici vi era una casa disponibile e apparentemente senza alcun proprietario. Era il 1933/34. Arrivati cominciarono a sistemare la casa mezza diroccata. Lì rimasero poco poiché si stabilirono definitivamente in via Molina. “Aveva sempre detto” ricominciano Maria e Luciana “che voleva abitare distante da altri perché con tutti quei figli non gli piaceva litigare ogni giorno per i guai che noi combinavamo”.

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Robildo Dal Mina nella posa classica per la foto ricordo della I Guerra Mondiale, soldato della 1350 esima compagnia mitraglieri, insignito della Croce di Merito di Guerra.

Robildo cominciò a fare il mezzadro. Ma a quel tempo allevava Bachi da seta, economia molto presente nel nostro territorio. La famiglia e l’attività erano particolarmente avviate tanto che il duce non lesinò premi ed onorificenze.

“I nostri genitori” proseguono Maria e Luciana “ricevettero molti premi dal duce; il più simpatico per il tramite della Segretaria delle Massaie Rurali e della Fiduciaria della Federazione Provinciale dei Fasci Femminili: per la casa pulita, il buon allevamento della prole e dei polli. In ogni caso non c’era di che esultare, visto come il duce concludeva il diploma: coloro che io preferisco sono coloro che lavorano duro, secco, sodo in obbedienza e, possibilmente, in silenzio. Non ci si poteva non adeguare!”

Altri premi importanti furono quello per la famiglia numerosa, dato dall’Unione Fascista Famiglie Numerose ad Elisabetta perché, si legge nella motivazione, “hanno diritto all’impero i popoli fecondi, quelli che hanno l’orgoglio e la volontà di propagare la propria razza. E, certo, 10 figli non sono cosa da poco”.

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Diploma conferito dall’Unione Fascista Famiglie Numerose: “hanno diritto all’impero i popoli fecondi, quelli che hanno l’orgoglio e la volontà di propagare la propria razza.”

“Durante il periodo della guerra” riprendono Maria e Luciana “i due nostri fratelli più grandi, Giovanni e Sérifo, furono deportati prigionieri in Germania. Non erano presenti quando Robildo morì. E per noi fu un dramma nel dramma: i due fratelli più grandi che non potevano aiutare perché in guerra. Tra l’altro, nostra madre Elisabetta fu colta da una grave depressione: senza marito, senza i figli maschi più grandi, e con altri 8 figli e figlie cui badare, oltre all’azienda da portare avanti. A quel tempo fu aiutata dai suoi parenti: alcuni vennero dalla provincia di Treviso per cercare di risollevarla. Si era persa dentro di sé, nei suoi pensieri e nei suoi ricordi. E forse era rimasta imprigionata dentro la scena della morte di suo marito. Non aveva più la forza di alzarsi la mattina e di vivere la vita. Cosa poteva importare aver firmato la pace se non hai dentro di te la serenità per affrontarla?”

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Diploma rilasciato dalla Segretaria delle Massaie Rurali e dalla Fiduciaria della Federazione Provinciale dei Fasci Femminili: “Per la casa pulita, il buon allevamento della prole e dei polli. Coloro che io preferisco sono coloro che lavorano duro, secco, sodo in obbedienza e, possibilmente, in silenzio. M.”

“Fortunatamente però” riprendono il racconto “a quel tempo era parroco di Sona Don Peretti. Un prete eccezionale: convinse nostra madre ad andare in treno a Roma per cercare di persuadere l’ambasciata italiana ad interessarsi del caso di Giovanni e Sérifo. Partirono e rimasero via qualche tempo. I risultati furono inaspettati: da lì a poco rivedemmo a casa i nostri fratelli. Era la primavera del 46”.

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I sei fratelli Dal Mina

“Tornando indietro dalla Germania, i nostri fratelli passarono per i campi, non seguendo le vie normali. E soprattutto andavano di notte. Probabilmente furono fatti scappare oppure loro avevano paura di incappare in qualche brutta situazione. Si fermavano di giorno nei fienili a dormire. Durante il tragitto facevano qualche lavoretto saltuario. Qualche volta li abbiamo sentiti raccontare che mangiarono le bucce delle patate pur di sfamarsi.”

Nonostante il loro ritorno a casa, Elisabetta era ancora sconvolta dalla morte del marito. “Don Peretti la aiutò di nuovo: un giorno arrivò a casa e le disse che dal quel momento in poi le avrebbe dato una benedizione speciale che la rimetteva in forma e che era ora che si desse una mossa per suotersi. Quella benedizione la scosse talmente che la mamma cambiò improvvisamente e riprese con tutta la sua energia, e forse anche di più, a badare ai figli, alla casa e all’azienda” concludono Maria e Luciana.

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Tre delle quattro sorelle Dal Mina: Maria, Luciana e Rosetta

“Dicono che Don Peretti fosse un santo” proseguono il racconto le sorelle “a quel tempo raccontavano infatti che quando si recava al cimitero sotto la pioggia, Don Peretti non si bagnasse.”

Dopo che Elisabetta si rimise in forma i bambini cominciarono ad andare nei campi con i cesti a raccogliere le tonnellate di schegge di bombe che erano presenti. Talmente tante che riempirono tutti i buchi che le bombe avevano fatto. Raccogliere le schegge era un’azione necessaria: le mucche e gli altri armenti non dovevano mangiare quei pezzi di ferro altrimenti si bucavano lo stomaco. “Quelle schegge secondo noi” continuano “sono ancora là, sepolte sotto qualche strato di terra.”

Comunque, quel posto non era tanto tranquillo nemmeno mesi dopo la fine della guerra.

Ricordano Maria e Luciana che “Ogni sera puntuale passava un aereo che noi bambini chiamavamo Pippo (non so se si tratta dello stesso “Aereo Pippo” qui riportato in un bellissimo articolo http://www.anpi.it/media/uploads/patria/2012/27-32_FILIPPO_COLOMBARA_trastoriaememoria.pdf). Chissà quel nome da dove viene. Potrebbe essere che fosse stato dato per dimenticare la sua pericolosità, ma era un aereo da ricognizione e tutte le sere alla stessa ora si dovevano spegnere le luci e andare di corsa al rifugio nel monte della Rugola. C’era un rifugio lì, proprio scavato sotto il monte, e andavamo a ripararci durante gli allarmi, mentre nostra madre attendeva a luci spente in casa. Che contrasto: un nome così per un aereo che poteva sganciarti addosso qualche bomba!”

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Poi, nella tarda primavera del 45 arrivarono gli americani, portarono ai bambini cioccolata e chewing gum. La situazione si normalizzò completamente.

“Certo è stato un incredibile gioco del destino” concludono Maria e Luciana “nostro padre, dopo la sua partecipazione alla prima guerra mondiale, aveva sempre detto che se vedeva ancora dei tedeschi, li avrebbe mangiati vivi. Ma per ironia morì colpito proprio da chi combatteva i tedeschi: gli alleati anglo americani.”

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