L’altra metà della guerra. Quei momenti visti dalle donne. Il racconto di Ida Ferrari.


E’ tempo di ricordi, purtroppo, di guerre. Grazie alla cortesia del periodico il Baco da Seta riporto qui qualche articolo che ho scritto tempo fa, assieme a Simonetta, sulle guerre viste e vissute da concittadini.

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Quando si parla di guerra è inevitabile e doveroso narrare episodi di combattimento, azioni di conquista, di lotte all’ultimo respiro, di trasferimenti al gelo, di dolore, sofferenza e morte. Raramente, però, i resoconti di guerra, che da sempre alimentano la letteratura mondiale, vengono affiancati dalle storie di chi la guerra l’ha vissuta un po’ meno da vicino, lontano dagli eventi memorabili. Questa è la parte meno conosciuta della nostra storia, di quella grande guerra mondiale fatta dalle numerose tessere che altro non sono se non la  nostra storia locale. E’ la parte più nascosta, meno appariscente, ma non meno intrisa di emozioni inespresse, di paure, di solitudine, di forza e di coraggio: è la guerra vissuta dalle donne.

Ida e Miriam

Oltre al pane biscottato si mandavano altri generi di conforto. E una foto, più che mai, può alleviare tanta sofferenza e tanta solitudine. In questa foto sono ritratte Ida e la figlia Miriam. Sul retro si legge: “Se non hai preso la prima, rispondi almeno a questa. Come siamo riuscite? Speriamo bene. Tanti saluti dalle tue creature Miriam e Maria (Ida). Ciao baci”

Sono momenti vissuti distanti da quegli eventi. Momenti che il tempo non cancella perché segnati dal ricordo dell’attesa di una lettera, di una foto, di informazioni. Momenti di lavoro quotidiano duro: portare avanti la famiglia e scampare alla guerra, farsi coraggio per essere preparati a tutto, per mandar giù ogni boccone amaro.

“Avevo vent’anni quando mio marito Edoardo fu chiamato alla guerra. Era il 10 Giugno 1940. Eravamo sposati da non molto”. Comincia così il proprio racconto Ida Ferrari, ottantanni e più portati con dignità. “Anzi, io ero in attesa della nostra prima figlia, che sarebbe nata a Novembre. A dire il vero –  prosegue Ida –  in un certo senso noi fummo fortunati. Mio marito Edoardo, deceduto diversi anni fa, fu mandato presso le casermette di Montorio e lì vi rimase per circa sei mesi, il tempo necessario per l’addestramento. Per questo, quando si presentava la possibilità, per lui era anche facile tornare a casa in bicicletta per brevissimi periodi. Uno di questi fu proprio il momento della nascita di nostra figlia.”

La situazione di Ida in quegli anni era la stessa di molte altre giovani donne e mogli che, da un giorno all’altro, si trovavano al centro dell’economia familiare: una famiglia quasi sempre composta da genitori e suoceri, qualche parente che conviveva con loro, dei figli, ma anche e soprattutto un’azienda agricola da portare avanti. Campi coltivati a viti, frumento, polenta, vigne e vacche da seguire. Un’economia tutta al femminile, essendo le donne le uniche in grado di condurre le attività. Degli uomini rimasti a casa, o erano troppo vecchi, scartati dalle azioni di guerra, o troppo giovani essendo loro bambini. “Anche i miei cinque fratelli” prosegue Ida “furono chiamati tutti alla guerra. Fortunatamente, a guerra finita, tutti fecero ritorno a casa, ma nella loro vita è rimasta traccia indelebile delle numerose peripezie, a cominciare da chi, catturato dagli Inglesi ad Alessandria d’Egitto, fu tenuto prigioniero per molti anni in Gran Bretagna”.

“Non credo sia facile per nessuno: sposa novella, ventenne, con una figlia di pochi mesi e un’azienda da condurre. Ogni giorno mi alzavo con la speranza di ricevere buone notizie, ma anche con l’angoscia di sentirne di brutte. Ve lo immaginate?” domanda Ida. Troppo facile trovare analogie con situazioni attuali.

“Dopo la sua permanenza a Montorio per i primi sei mesi, Edoardo fu mandato a Racconigi, un paesino nella provincia di Cuneo. Là vi rimase fino alla Pasqua del 1942, quando fu mandato in Yugoslavia a Mostar, via Bari. Dal momento della permanenza a Racconigi ho avuto difficoltà a spedire e ricevere lettere e per molti mesi non ricevetti alcuna notizia. Ogni giorno andavo in bicicletta all’Ufficio postale di Caselle con la speranza che ci fosse corrispondenza per me. A Lugagnano, infatti, non era ancora presente la posta.”

Commilitoni

Edoardo (a destra) e un commilitone, Ottorino Miglioranzi (cugino di Edordo) durante il servizio militare.

Difficile non immaginare ancora una volta l’angoscia: non ricevere notizie dal marito in guerra, papà di una bimba appena nata.

“A Racconigi –  prosegue Ida – Edoardo fece amicizia con una famiglia del luogo abile nella lavorazione del cuoio. Anche lui apprese in fretta quel mestiere che divenne un po’ la sua salvezza. Diventò caposellaio nel battaglione e la sua competenza era tale che tutti ricorrevano a lui non solo per farsi sistemare la sella del proprio mulo (Edoardo era nei Fanti) ma anche per riadattare oggetti propri o per farsene fare di nuovi.”

Ma non erano le questioni economiche a turbare la quotidianità di Ida. A lei come a molte altre famiglie lo Stato passava gli assegni di guerra. Ida riceveva 6 lire per sé in quanto moglie del soldato in guerra e 3 lire per ogni familiare, compresa la figlia appena nata. In tutto 15 lire. Qui il racconto si interrompe brevemente perché la memoria viene meno; Ida non ricorda se quelle 15 lire fossero corrisposte ogni giorno, una volta al mese oppure ogni quindici giorni. “La cosa certa è che  mi recavo con la bicicletta alla posta di Sona, l’unico ufficio tenutario della cassa per quegli assegni, con la bicicletta per  ritirare i soldi che mi spettavano. Da lì tornavo a casa in tutta fretta. Ricordo che non avevamo grossi problemi economici; eravamo mezzadri di Assuero Barlottini e, tolta la parte che spettava al proprietario della campagna, con quello che ci rimaneva e quello che ci passava lo Stato potevamo godere di una certa tranquillità.”

“Uno dei momenti più intensi – continua il racconto Ida – momenti che ricordo con maggiore angoscia, lo passammo quando ci giunse la notizia che a Mostar c’erano stati feroci combattimenti e bombardamenti. Nei monti vicino a Mostar erano stanziati i cosiddetti ribelli, e il battaglione di Edoardo doveva stanarli. Fu in quel periodo che morirono molti soldati, fra i quali proprio uno di Lugagnano, Giulio Cavattoni detto Trape. E quando senti che la guerra si avvicina progressivamente a te, alla tua famiglia e ai tuoi conoscenti, è inevitabile pensare al peggio!”

Funerale Cavettoni

Il funerale del commilitone Giulio Cavattoni (Trape). Sul retro si legge “Questa è la tomba del nostro povero Cavattoni Giulio fotografata … il 9-7-1944(?) io mi trovo al centro con l’elmo segnato. Edoardo Miglioranzi”

Tomba Cavettoni

La tomba di Giulio Cavattoni piantonata.

In quegli anni, o meglio in quei lunghissimi mesi e giorni di silenzio privi di qualsiasi notizia, bella o brutta che fosse, era inevitabile l’incontro tra le donne che avevano familiari in guerra. Erano attimi rubati alla giornata lavorativa e destinati al conforto reciproco, alla speranza condivisa, alla preghiera e alla trepidazione. Solo così si mettevano unite briciole di informazioni recuperate qua e là, spesso per sentito dire, e si cercava di ricostruire  un resoconto di giorni che, sia pur offuscati nella memoria, potessero in qualche modo alleviare l’angoscia derivante dalla mancanza di notizie dal fronte. “In quei momenti – prosegue Ida – si cercava di capire, insieme alle altre, come fare per dare sollievo a coloro i quali stavano in guerra. Si sparse così la voce che, oltre alle lettere, si potevano recapitare anche piccoli pacchi leggeri. Noi donne pensammo subito che fosse il caso di spedire cose da mangiare. Era infatti giunta la notizia che là non c’era molto cibo così qualcuna ebbe l’idea di inviare ai nostri uomini pane biscottato. E cosa c’è di più leggero del pane biscottato!”.

In effetti i pacchetti giungevano ai destinatari per mezzo di piccoli aerei che, per evitare lunghe operazioni di atterraggio, lanciavano ai militari quanto trasportato.

“Nel frattempo a Mostar Edoardo strinse contatti con alcuni ribelli del posto. I nostri italiani, in effetti, pur nella precarietà della situazione, se la passavano forse un po’ meglio dei ribelli.  Così, tra azioni di guerra, il lavoro come caposellaio e tra uno scambio e l’altro – prosegue Ida – il tempo passava. E lo scorrere del tempo era di per sé una cosa positiva.”

Verso l’autunno del 1942 le condizioni di salute dei militari italiani stanziati a Mostar cominciarono a peggiorare. Molti si ammalarono di tifo e molti ne morirono. Edoardo fu mandato a casa per ristabilirsi. Questo avvenne nel Dicembre del 1942. Da allora, grazie a Dio, ottenne di restare a casa, avendo il padre anziano non più in grado di svolgere il lavoro per la famiglia.

Da quel momento le cose cambiarono. Edoardo, di lì a qualche tempo, si riprese e fu così in grado di tornare ad occuparsi del lavoro nei campi. Per me le cose andarono bene. Ma quando si parla di Guerra, la memoria torna sempre a quei giorni e alla consapevolezza che, anche per chi resta a casa, ogni attimo è legato dalla speranza che tutto finisca in fretta. Perché la guerra, chiunque ed ovunque tu sia, lascia in te un ricordo indelebile.”

Simonetta Tinazzi

Gianmichele Bianco

2 commenti

  1. Miglioranzi Ennio ha detto:

    ciao Gianmichele,ti devo correggere il tuo racconto in 3 punti : primo, mio papà era un fante non un alpino, secondo, il commilitone era Ottorino Miglioranzi, cugino di Edoardo e infine la posta a Mostar veniva lanciata da piccoli aerei non da elicotteri

    1. gianmichelebianco ha detto:

      Ti ringrazio. Ho aggiornato l’articolo. Le ricostruzioni storiche hanno sempre bisogno di interventi di tante persone, perché si ricordano più particolari

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