Dieci tra le tante cose che, secondo me, abbiamo imparato dal 2020. Se le abbiamo imparate.



Prima di scrivere su cosa questo 2020 ci ha insegnato, per prendere qualche spunto ho ricercato su google “thing learned from 2020”. Questo il risultato: “About 556,000,000 results (0.83 seconds).” Troppi mezzo miliardo di siti da leggere e considerare. In italiano sono “solo” 70 milioni. Troppi anche quelli. Google si dovrà rassegnare al fatto che ci sarà un sito in più su quei temi: questo.

Il 2020 è giunto al termine così come era iniziato, con quell’incredibile carico di incertezza che l’umanità ha sperimentato recentemente solo nelle guerre mondiali. E’ nei periodi di crisi, si sa, che emergono segnali utili da considerare per il futuro. Se non scorgessimo quegli insegnamenti, avremmo sprecato due volte il tempo: uno per la pandemia, l’altro per non crescere come mondo. Ho voluto qui raccogliere dieci tra lezioni e sfide che il 2020, secondo il mio punto di vista, ci ha mostrato e che potrebbero avere molto peso per migliorare il futuro. Solo se le sappiamo cogliere, però.

Primo punto – lezione: siamo fragili. E non invincibili.

Il SARS-CoV-2 può variare di lunghezza da 9 a 12 nanometri. Un capello è 100.000 nanometri, per intenderci, quindi diecimila volte più grande. Eppure questo organismo così minuscolo ha e sta mettendo in crisi se non in ginocchio intere economie mondiali. Di quel piccolo virus si sa molto, ma non ancora tutto quello che vorremmo. A circa 14 mesi dal primo caso cinese, la Scienza ancora non sa con perfezione come e perché alcuni Paesi siano più infettati di altri, non conosce tutte le modalità di trasmissione del contagio, e non sa quali saranno gli effetti collaterali a lungo termine. La Scienza ha impiegato un lasso di tempo di 12 mesi per trovare un vaccino che speriamo possa salvare le decine di migliaia di persone, giovani e soprattutto meno giovani, che ogni giorno muoiono per effetto del virus. Siamo fragili e non siamo invincibili. Meglio ricordaselo.

Secondo punto – lezione: abbiamo imparato che la normalità non è scontata

Per la prima volta dalla fine delle seconda guerra mondiale, gli Stati democratici hanno sperimentato che ci può essere qualcosa di molto diverso dalla normalità cui da decenni siamo abituati. Abbiamo sperimentato privazione della libertà individuale per cause più grandi. Non uscire di casa, chiusura delle attività commerciali, limitazione degli spostamenti, autocertificazioni, sono aspetti che ci stanno accompagnando da un anno. Dovremo conviverci? La riposta la fornisce il Presidente dell’Autorità Garante della Privacy Antonello Soro che ammette senza riserve: Qualche privazione è normale ma guai ad invocare i sistemi cinesi o della Corea del sud. Il nostro modello di riferimento è solo l’Italia e l’Europa”.

Terzo punto – lezione: con lo smart working stiamo (speriamo tutti) bene.

Lo smart working, o lavoro agile come è stato ribattezzato nel bel Paese, non è solo una modalità di lavoro, ma rappresenta una rivoluzione dello stile di vita personale, familiare, ambientale, viabilistico, cittadino, commerciale. Se sto a casa a lavorare, mangio a casa, il caffè me lo faccio in autonomia, non uso l’auto, c’è meno traffico, riesco a svolgere lavori domestici, non intaso le città. Un’amica mi ha recentemente confidato che non sostituiranno la sua auto che si è rotta, perché essendo lei e suo marito in “smart”, si alterneranno con una sola, che sarà più che sufficiente anche per gli impegni con i figli. Gli effetti collaterali sono risparmio personale e – purtroppo – sull’economia vicina al posto di lavoro: sui bar, sui supermercati del centro che hanno meno clienti ed entrano in sofferenza. Si troverà sicuramente un equilibrio, anche se non sarà facile.

Quarto punto – sfida: abbiamo l’atteggiamento giusto per lo smart working?

Lavoro agile significa cambiare mentalità, soprattuto dei dirigenti che hanno ancora in mente l’uguaglianza presenza fisica = presenza mentale. Potrei portare diversi controesempi in cui la presenza fisica è solo tale. La mente non c’è. Si rompe quell’eguaglianza con lo “smart” e, sulla base della mia esperienza da Dirigente di una Pubblica Amministrazione qual è l’Università, si scopre che il collaboratore lavora molto meglio, forse frutto dell’equilibrio di vita e del meno stress casa-lavoro. Ma come dirigenti non solo delle PPAA siamo pronti? O preferiremmo controllare fisicamente i collaboratori? La sfida cui stiamo andando incontro è quindi di atteggiamento. Non sarà facile per chi è cresciuto solo solo il sistema “presenza fisica” in mente.

Quinto punto – sfida: quali confini tra vita privata e vita professionale?

il lavoro agile permette di stare a casa a lavorare. Non avendo un cartellino da timbrare c’è un limite? Mi arrivano generalmente mail di notte e durante i giorni festivi chiedendo riscontro rapido. C’è un senso del tempo di lavoro dilatato, quasi senza termine. E poi che ne sarà dei “permessi” lavorativi per andare dal medico, oppure che ne sarà dei congedi parentali che prevedono oltre una certa durata una riduzione di stipendio? Hanno ancora senso questi istituti lavorativi con lo “smart”? Posso accudire il figlio e lavorare, se voglio. E lo stipendio non sarà decurtato, cosa non di poco conto. Sfide che le organizzazioni sindacali dovranno affrontare.

Sesto punto – sfida: si può fare a meno della didattica a distanza e della didattica duale?

Nel febbraio 2020, poco prima del lock-down che sconvolse l’Italia e subito dopo l’Europa, erano pochi i professori che si cimentavano con le lezioni (didattica) a distanza (DaD). Molto pochi. C’erano, è vero, diverse forme di e-learning, dai materiali messi a disposizioni on line, a qualche video, ad aiuti sotto forma di quiz, a lezioni registrate. Ma non la DaD. A marzo 2020 tutti, nel mio Ateneo, erano in didattica a distanza, trasmettendo lezioni in tempo reale. Uno sforzo che ha dimostrato come il mondo accademico, ma anche per quello scolastico, si sono adattati in tempi incredibili con una qualità elevatissima. E poi si sono adattati alla didattica duale, cioè la libertà di seguire la lezione in aula o da remoto a casa. Ritornare a prima, ci si chiede? Vantaggi e svantaggi, come sempre. Dal mio punto di vista, mi domando se l’aumento incredibile delle matricole per l’Anno Accademico 2020/21 – alcuni atenei addirittura del 60% – sia derivato dalla possibilità di seguire corsi di qualità anche da casa, evitando spese alte di trasferimento, vitto e alloggio. Non è diritto allo studio questo? Sarà una sfida coniugare didattica e nuovi strumenti per fruirla. Si può tornare indietro con questa congiuntura economica così debole che sarà tale per i prossimi anni?

Settimo punto – sfida: si può fare a meno del contante?

Dove opero come Assessore alla Cultura in un Comune di medie dimensioni della provincia di Verona, le colleghe della biblioteca mi assicurano che devono tenere in quarantena i libri tre giorni “per via del virus”. Il contante è fatto di carta, non dovremo tenerlo in quarantena anch’esso? Perché lo stiamo usando? Da chi è passato prima? Già in tempi normali mi ponevo la domanda, ma ora non serve solo porsi la domanda, serve prestare estrema attenzione. Ci sono Paesi europei – che non hanno l’euro – dove non serve nemmeno cambiare la valuta per andarci, perché è tutto elettronico. C’è un unico bar a Stoccolma che dichiara di non accettare pagamenti elettronici ma solo contanti, facendo una sorta di “obiezione di coscienza”. Per il resto, anche l’elemosina in Chiesa può essere fatta con Paypal. Ci sono ancora troppi ostacoli in Italia, si dice, e troppe resistenze: si supereranno? Non so se il cashback di Stato servirà, ma è un segnale. Ad ogni modo, io presterò attenzione alla carta del contante “per via del virus”.

Ottavo punto – sfida: come varierà il nostro rapporto con i riti religiosi?

Che il numero di fedeli che seguono attivamente riti religiosi sia in diminuzione è un dato ormai assodato da tempo. Le limitazioni cui siamo stati sottoposti hanno chiuso se non limitato molto l’accesso ai luoghi di culto. Cosa succederà “dopo”? Ci sarà un ritorno? Servirà un ripensamento da parte delle gerarchie religiose per comprendere la necessità di nuove modalità di partecipazione? Domande che serve porsi, e sfide da raccogliere.

Nono punto – sfida: dopo il covid, i politici stanno pensando al futuro?

Qualche mese fa lessi una lettera scritta alla Merkel dal Sindaco di Milano, Sala, in rappresentanza delle 40 città più influenti al mondo, quali appunto Milano, New York, Berlino, Parigi, ecc. A nome di questi sindaci, chiedeva di mettere in atto azioni per avere città sostenibili e vivibili, senza traffico per il 2050, indipendentemente dai governi locali. Mi è piaciuto quel riferimento diretto cittadino/sindaco sul futuro, bypassando la categoria politica non solo nostrana. Un po’ come se la gente chiedesse un mondo migliore, avesse addirittura gli strumenti per attuarli, ma trovasse degli ostacoli nelle (scarse?) visioni politiche nazionali. Parlando dei nostri di politici, oltre alle misure di emergenza, sapranno trovare scenari di vivibilità le cui basi si dovrebbero fondare fin da ora? Una sfida certamente.

Decimo e ultimo punto – le lezione più grande: stiamo imparando nuove cose di noi stessi.

In uno stupendo articolo del New York Times, giornale che seguo particolarmente, l’autore cita diverse cose che ci stanno cambiando. Lo stare in silenzio, il tempo ritrovato per fare una passeggiata, il guardare film in streaming, il leggere libri, l’ascoltare musica, il chiamare gli amici invece di scrivere, il riscoprirsi riflessivi, il gusto ed il piacere di riassaporare il senso di famiglia attraverso le piccole cose, il cibo condiviso, il bere condiviso, il piacere di un abbraccio (siamo congiunti), il piacere di parlare, forse curiamo le piante, forse corriamo meno in automobile perché il tempo non ci sta più sfuggendo. C’è una nuova umanità che sta emergendo. Non lasciamoci sfuggire l’occasione.

Per il 2021 serve fare “luce” su questi aspetti. Forse, di più, serve avere “luce” per capire il vero significato di cosa sta succedendo, quell’illuminazione che ci possa far comprendere “oltre”. Altrimenti, abbiamo e ho perso tempo due volte.

Una è più che sufficiente.

Immagine di copertina: https://www.nytimes.com/2020/12/27/style/how-to-have-a-better-2021-procrastination-personal-finance.html

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