Padre Caramazza: “Da Nairobi a Sona per raccontarvi che…”

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“Che cosa mai potrà dare l’Africa se non gli immigrati?” Questa la provocazione di un conoscente prima dell’incontro con Padre Giuseppe Caramazza nella calda sera del 26 luglio scorso, il tema era “Tra politica e fede” che, ospitato dalla Parrocchia di San Giorgio  in Salici, ha radunato più di 40 persone. Il racconto della serata è ben documentato dal periodico Il Baco da Seta. Ma io non volevo terminasse il confronto con quel pastore che parlava con assoluta semplicità portando tutto al nucleo delle cose, dall’immigrazione, al matrimonio, dal rapporto con la politica, a cosa deve fare un cristiano. Nella mia esperienza ho imparato che quando una persona parla con semplicità significa che quell’argomento lo vive, è suo, ne è divenuto un testimone vivente. E poi dovevo rispondere alla domanda del mio conoscente, che se n’era andato prima che Padre Caramazza finisse il 26 luglio, forse deluso da come andavano le cose: “cosa mai potrà dare l’Africa se non gli immigrati?”

Così, ho convinto Padre Giuseppe ad uscire con me a pranzo un giorno. Gli avrei fatto tutte le domande che potevano essermi utili per rispondere a quella domanda ma anche per comprendere meglio il mio ruolo di Vice Sindaco con delega alla Cultura qui a Sona. Sono convinto che solo la conoscenza delle cose le fa comprendere. Non il nascondersi. Ruolo complicato. Ma val la pena provarci. Così mi sono preparato diverse domande per Padre Giuseppe, a pranzo con me proprio oggi, 6 agosto, all’aperto in un noto luogo del sonese.

“Ti dispiace se ci spostiamo da San Giorgio a Sona?” gli chiedo. “In Kenya avevo una Parrocchia di 2200 chilometri quadrati, cosa vuoi che sia?”. Stavo pensando che Sona ha un’estensione di 42 chilometri quadrati. “Cinquanta volte Sona” pensai tra me e me, poco meno della provincia di Verona da Malcesine a Legnago. Ordiniamo. Io un trancio di tonno, lui una pizza. E prima di porgli le mie domande, si inizia un piacevole scambio di riflessioni, tanto per scaldarsi (anche se fuori ci sono 35°).

“Mi ricordo quando io andavo a scuola e mi fermavo come il bus a San Fermo per poi andare a piedi verso Cittadella – dice Padre Giuseppe – e vedevo in quelle poche centinaia di metri tutta la storia e tutta l’Arte d’Europa. Un africano può camminare per 100 km e non vede nulla. Una differenza non da poco”. In effetti, noi diamo per scontato tutte le bellezze che vediamo. Mentre attendiamo le pietanze gli chiedo quale sia il piatto tipico di Nairobi. “Molto semplice – risponde Padre Giuseppe – polenta bianca con erbe il più popolare, mentre se hai soldi riso con pollo, anche se solo nelle feste comandate.”

Ci portano i piatti. Rifletto su come ampie porzioni del mondo siano ancora ad un livello di povertà estremo “nonostante Nairobi costi come Verona e Roma o anche di più – afferma Padre Giuseppe – tanto che la mia segretaria facendo i conti in un supermercato romano mi mostrò come alcune pietanze costassero addirittura la metà della città africana“. Nairobi, una città di 4 milioni e mezzo di abitanti, ha la sede dell’ONU più grande dopo quella di New York e il museo più importante e grande del mondo sull’evoluzione dell’umanità. “Dal Kenya passa la Rift Valley – afferma – il luogo dell’evoluzione dell’uomo. Peccato che la gran parte dei turisti del Kenya non lo sappia”. Sono circa diecimila i bianchi a Nairobi “per lo più diplomatici – racconta – ma tutti ben integrati”. La religione prevalente è quella cristiana con più dell’84% di fedeli. La metà sono cattolici.

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Cosa ti chiedono i politici del Kenya?

Padre Giuseppe Caramazza ha fondato il CAMPSSI che fornisce assistenza legale e legislativa ai Parlamentari del Kenya. Una commissione permanente che è molto frequentata dai politici e molto influente. “Teniamo anche workshop di tre giorni con politici per discutere le nuove proposte di legge. C’è da dire che le sedute del parlamento iniziano sempre con una preghiera, recitata da un parlamentare. Non importa di che religione sia. Questo succede anche a pranzo e durante riunioni di affari. Quindi il rapporto con la religione è presente e non desta scandalo. Soprattutto si rispettano le religioni anche se non sono le proprie” conclude. “Ad ogni modo recentemente abbiamo discusso di proposte di legge sulla riforma della scuola e sulla fecondazione artificiale”.

“Argomento non semplice” rispondo.

“No – afferma – ma lo abbiamo affrontato con scienziati ed esperti e siamo giunti a conclusioni equilibrate e rispettose dell’essere umano”. Quale bellezza si nasconde nell’approfondire tematiche senza preconcetti. Questa è l’essenza della conoscenza. Troppo spesso noi ci fermiamo, lasciandoci andare ad idee distorte.

Cosa l’Africa può dare all’Europa?

“Restituire senso alle persone e la loro umanità – risponde senza esitazione -. Qui in Europa si è tutti freddi. A Nairobi trovi tutte le situazioni: da persone che vivono come i preistorici, ad elevatissimi intellettuali a capo di banche mondiali. Ma tutti con dignità.”

Cosa l’Europa può dare all’Africa?

“L’Europa può dare l’organizzazione. Da noi in Africa l’organizzazione è “ci vediamo domani mattina…” e così non si va molto avanti.” 

Qual è il ruolo della donna?

“Nella cultura locale la donna è inferiore all’uomo, anche se per diverse ragioni la donna ha posizioni di leadership che l’uomo non può permettersi, e sono molto moderne anche se in realtà sono sempre state così nella storia” afferma. “Ad esempio per i Masai – Padre Giuseppe è stato iniziato alla popolazione Masai e ne conosce tutti i riti e la lingua – la donna da sempre può avere proprietà ad esempio di animali. Per nessun motivo il proprio uomo può influenzare le sue scelte. Su certi temi di vita delle tribù, poi, è la donna che decide. Gli uomini devono starne fuori, Ti racconto una storia sui Masai – mi dice -: se una donna non può avere figli, una saggia Masai della tribù decide di staccarla dal marito per 9 mesi, la porta in un luogo segreto e inizia un percorso di preghiera e meditazione, Al suo compagno viene proibito di avere relazioni con altre donne. Al termine del percorso la donna ritorna ed è abbastanza normale che rimanga incinta. Riposo, meditazione, protezione servono. Solo le donne decidono. Se un uomo sgarra durante quei 9 mesi viene pesantemente redarguito da tutto il villaggio. In sintesi, la donna è sempre protetta e ha dignità”.

Come si vede dall’Africa il fenomeno dell’immigrazione?

“Gli africani non parlano del fenomeno e comunque non lo capiscono. In Kenya chi emigra in generale lo fa per studiare e poi rientra. E’ l’Africa occidentale dove i Paesi sono più impoveriti e non c’è possibilità lavorativa né di futuro” afferma.

Gli chiedo se sul tema segue il dibattito che si svolge qui in Italia. “Sì, seguo ma si dicono diverse sciocchezze. In sostanza qualcuno si è mai chiesto dove è l’origine del fenomeno? E’ la nostra economia. Purtroppo l’Europa e i Paesi Occidentali hanno sfruttato e stanno sfruttando talmente tanto quei territori che non rimane nulla agli africani. Eppure l’Africa è ricchissima…”

Il Kenya come vede gli italiani?

“Il Kenya non ha molti rapporti con l’Italia. Il nostro Paese si è preso il Malindi, una zona che è diventata turistica, e che rappresenta una stortura per il Kenya per gli eccessi che ci sono. Ad ogni modo in Kenya gli italiani hanno costruito tanto in passato: c’è la base San Marco, il punto di lancio dei satelliti italiani ed europei, e che ora sta andando in mano cinese. E poi ci sono i missionari italiani che hanno costruito scuole e ospedali”.

Manca poco al tuo rientro a Nairobi…

“Sì ma prima mi fermo a Frascati per il consueto incontro mondiale tra fede e politica, l’ICNL. Quest’anno parliamo dei cristiani perseguitati in Medio Oriente. Verranno a parlare vari Patriarchi di diverse chiese. Verranno molti politici di ogni Stato. Purtroppo per l’Italia non ne viene quasi nessuno. Ne conto sempre due… – ammette tristemente -. Poi il 30 partirò per Nairobi per ricominciare a lavorare”.

Cosa ti porti da questa esperienza a Sona?

“Mi sono riposato, ho fatto tanti incontri. E poi mi porto la consapevolezza che ci sia bisogno di formazione. Ci sono tante possibilità, sfruttatele. Solo con la conoscenza si possono prendere le giuste decisioni.”

Non mi accorgo che sono passate quasi due ore. Pago il conto e lo riaccompagno alla Parrocchia di San Giorgio in Salici, a 5 chilometri da Sona. Al mio conoscente che mi chiedeva “cosa ci può dare l’Africa se non gli immigrati” rispondo che viviamo in un territorio denso di cose, denso di storia, denso di preoccupazioni. Talmente denso che abbiamo perso una cosa fondamentale: per capire e decidere serve essere preparati, ci insegna l’Africa. Dopo che avremo approfondito tutto, si potrà rispondere alla domanda.

Ma la la vera domanda è: si è disposti ad approfondire?

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